Qual’è l’obiettivo di un politico ?
Raggiungere una posizione di potere per realizzare il programma che ha proposto agli elettori perché capace di migliorare le condizioni del popolo.
Se con un manipolo di eletti riesco a partecipare al governo, e con la mia azione confermo il consenso popolare e lo aumento, sono legittimato ad alzare le mie richieste, per il bene dei cittadini, e così dimostrare con la mia azione convincente, da tessitore, che sto agendo per il bene della parte politica che mi sostiene, e legittimamamente anche del resto dei cittadini.
A giudicare dalle notizie in mio possesso, il capo della Lega non l’ha pensata così. Forse ha pensato che il consenso avuto alle elezioni europee si traducesse automaticamente in potere parlamentare. Non essendo ciò un fatto reale, il ricorso alle urne avrebbe consegnato plebiscitariamente il potere, i pieni poteri apertamente invocati.
Io se fossi stato al suo posto (non con la mia realtà esistenziale, preciso! Le mie idee sono diverse, la visione della società è basata su ben altri principi che non di facciata), non avrei agito come Salvini.
Non mi sarei montato la testa.
Avrei mantenuto la rappresentanza di governo, cercando di precisare e realizzare la mia parte del programma scritto al momento di realizzare l’alleanza di governo, e frenare la parte dell’alleato che poteva essere realisticamente conflittuale con lo sviluppo del paese.
Avrei sottolineato l’esigenza di lottare per i temi fondamentali, ma avrei cercato di realizzarli con gradualità, cercando collaborazione, alleanze esterne, senza autarchie che portano all’isolamento.
Non avrei strumentalizzato simboli cari alla coscienza di tanti credenti; indubbiamente fa piacere vedere persone devote ai simboli religiosi, ma, da sempre, credenti e non credenti hanno criticato l’insincerità, la doppia vita, il predicare bene e razzolare male. S. Agostino era un grande peccatore, però quando abbracciò i simboli religiosi, cambiò radicalmente vita. Non mi pare che possiamo trovare analogie tali da consolarci, nel caso odierno.
Non avrei chiesto la fine di un governo e contestualmente le elezioni, perché comunque le regole delle istituzioni vigenti non me ne avrebbero dato l’autorità.
Non avrei depositato una mozione di sfiducia ad un governo senza dimettermi e far dimettere tutti i miei ministri: troppo facile essere accusato di confusione mentale: chiedo di votare contro me stesso? Non vale il motivo che a dover essere sfiduciato era solo il Presidente del Consiglio, perché era ovvio che tutto il governo sarebbe saltato.
Non avrei, infine, vedendo mettersi male la situazione, riproposto di dimenticare l’accaduto, alla fine, quando ormai tutto era perduto. Sarei stato coerente e avrei denunciato tutte le singole pecche dell’ex alleato, avrei ritirato i ministri, e sarei infine rimasto nell’aula del Senato con tutti i miei al momento del dibattito. Ad affrontare tutte le critiche, a testa alta.
Avrei ritrattato solo la richiesta dei pieni poteri, perché troppo evidentemente controproducente nella mente degli italiani: nel dopoguerra è andata male a tutti quelli che ci hanno provato: da Craxi, a Occhetto, a Di Pietro, a Berlusconi, a Renzi, a Grillo, a Salvini.
Un ultimo dato: non è corretto, come per un padre di famiglia, pensare di fare grandi debiti (50 miliardi!) senza sapere come ripianarli, e sapendo che ne ha già una montagna!
Ma forse sono ingenuo.
Forse il capo della Lega ha fatto bene i suoi conti, e le fanfaronate sono studiate.
Intanto, se gli altri saranno capaci di fare un governo, che provino pure a chiedere con la prossima manovra economica ancora lacrime e sangue agli italiani… A fare i selfie ci penserà lui.
E poi, se nessuno farà il governo, allora si vota. E ne vedremo delle belle!

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