A CENTO ANNI DALL’APPELLO AI “LIBERI E FORTI’,

TRA NUOVO FERMENTO E FORME DI PARTECIPAZIONE DEI CATTOLICI IN POLITICA.

 

08/06/2019  Alberto Cuccuru

Negli ultimi mesi è andato crescendo il dibattito attorno alla questione di una nuova stagione di impegno sociale e politico dei cattolici. Articoli, prese di posizione, interviste e anche alcune importanti iniziative, si sono susseguite quasi senza soluzione di continuità – e, probabilmente, proseguiranno ancora – complice, appunto, l’anniversario dell’Appello ai ‘Liberi e forti’ di don Luigi Sturzo del 1919.

Sul tavolo ci sono fondamentalmente due posizioni.

Da una parte, chi ravvisa la necessità, anzi l’urgenza, che l’esperienza cristiana non si riduca a un fatto ‘privato’, solamente interiore/spirituale, se non ritualistico, ma si riverberi e proietti  di più anche nella sfera pubblica e nelle scelte a essa attinenti, pur mantenendo ferma – come deve essere – la distinzione tra ambito ecclesiale e ambito politico. Tale esigenza si è declinata in vario modo: c’è chi punta alla creazione di forme e luoghi stabili di coordinamento ed elaborazione che vedano impegnati in primo luogo soggetti collettivi (da associazioni ecclesiali o di volontariato, a sindacati, realtà sociali, ecc.); altri, sollecitano direttamente la formazione di un nuovo partito di ispirazione cristiana. Vi è poi una terza strada, che mi sembra stia animando le scelte di quanti – tra i cattolici – si impegnano in politica, ossia di orientare le proprie scelte e adesioni partitiche da “cristiani adulti”, facendo leva sulla coscienza individuale di ciascuno.

Del resto, il novecento, ovvero la partecipazione politica dei cattolici si è mossa all’interno della DC, che è stata nel contempo partito di consenso, di potere e di fede, facendo a lungo un tutt’uno con il paese: ne è stata la guida e il riassunto. Il partito della società italiana, dello Stato e della Chiesa raccontato in una carrellata che comincia con la vittoria degasperiana e finisce con i tanti processi, metaforici e giudiziari (da Pasolini a Tangentopoli), intentati lo scorso secolo contro lo scudocrociato.

La parabola democristiana finiva nel luglio del ’93 – laddove la cronaca politica dei primi anni novanta aveva scandito in modo anche impietoso il suo declino – e sullo sfondo degli eventi di questi ultimi trenta anni – tra il mutamento della legge elettorale, l’incalzare di Tangentopoli e i moniti ecclesiastici – non si è mai sopita la ricerca di una spiegazione politica. Non solo della fine della Dc, ma anche delle difficoltà e delle prospettive del nuovo Partito popolare. In effetti la fine della Dc è legata alla divaricazione che si è prodotta tra il cattolicesimo sociale della sua leadership e la propensione moderata del suo elettorato. La collocazione al centro è così stata l’ultima mediazione possibile tra le varie tribù democristiane. Poi la macchina bipolare ha finito per travolgere il centro e costringendo i suoi iscritti, e prima ancor prima i suoi politici a scegliere: o “di qua” o “di là”. Uno spazio per gli eredi della Dc esiste ancora, date le contraddizioni e le tentazioni radicali presenti nei due poli, a condizione però di accettare le regole maggioritarie dei nostri tempi.

Questione assai delicata, e veniamo ad una parte del tema che ci occupa, è quella dell’unità politica dei cattolici. La Dc non era quel canonico “partito cattolico”, era qualcosa di più, dove la sua ispirazione religiosa non impediva che molti elettori la votassero anche per ragioni profane. Era un solo partito, a dispetto delle divisioni e di quelle che poi diverranno le sue correnti.

Paradossalmente, il riavvicinamento dell’ultima Dc e soprattutto della nuova dirigenza popolare alla Chiesa si scontra con il cambiamento della politica ecclesiastica. Finita la stagione conciliare, la Chiesa ha innalzato il vessillo delle proprie certezze; finito il comunismo, essa ha preso di mira il capitalismo, l’edonismo e i peccati dell’Occidente. Ciò ha reso più arduo il compito dei cattolici nelle istituzioni e ne ha mirato la tradizionale unità politica.

E così è iniziata la diaspora, riconducibile al tramonto dell’unità politica dei cattolici rappresentata per cinquant’anni dalla Democrazia Cristiana. Tuttavia quella crisi non è comprensibile al di fuori di una riflessione sulla più ampia crisi della politica (ed in particolare della democrazia rappresentativa), che ha fatto parlare di una stagione post-democratica, di un tempo dominato dalla videocrazia, che oscillava tra individualismo e forme di moderno dispotismo. Ma torniamo al tema.

Svolte queste premesse, scusandomi fin da ora per la sinteticità con cui ho – provato – a riassumere l’esperienza politica – e di governo – più importante della storia democratica italiana, la situazione oggi, rispetto a questo impegno, mi sembra più complicata. Non tanto e non solo perché l’esperienza del partito unico ovvero dell’unità dei cattolici in politica è finita ma perché, oggi, manca quella mediazione tanto democristiana, dove bastava aderirvi per rispondere, in modo più o meno coerente, alla dottrina sociale cristiana.

Il compito era, quindi, più facile.

Oggi, invece, anche chi decide di candidarsi o “fare politica” in uno dei “blocchi” che il maggioritario ha inizialmente tratteggiato, ovvero impegnarsi nelle quattro principali aree partitiche collegate rispettivamente al PD, Lega, Movimento Cinquestelle e Forza Italia, deve fronteggiare ogni giorno la compatibilità dei propri valori con l’attualità della DSC (Dottrina Sociale Cristiana) e, a dirla tutta, anche del Vangelo.

Ora, il propugnare l’idea – rispettabilissima – di un nuovo partito di ispirazione cristiana potrebbe non tener  abbastanza conto, che oltre al rischio di aumentare il già alto livello di frammentazione, di alcuni elementi fattuali: la politica richiede scelte su molti temi che non sono strettamente di carattere ‘etico’ (e su questi il pluralismo delle opinioni è ampio, anche tra i credenti); si presuppone di intercettare un apprezzabile grado di consenso, il che oggi è tutt’altro che scontato; e poi c’è il problema delle alleanze: salvo non ci si illuda di risultare maggioritari, se prima o poi si vuole governare ci si dovrà coalizzare con chi è più vicino o meno lontano e quindi torna a essere inevitabile la mediazione fra le proprie e le altrui posizioni. A meno che non si abbia come scopo la sola testimonianza, dando vita a un raggruppamento che si caratterizza per alcune specifiche istanze, senza assumersi responsabilità dirette. Ma certo tale prospettiva ha molti limiti e richiede una quota di elettori particolarmente ‘fedeli’ e che accettino di buon grado di non essere rappresentati nei vari livelli di governo (nazionale o locale).

Altro percorso potrebbe essere quello di dar vita una forma di coordinamento stabile, che possa vedere in primo luogo protagoniste le realtà associate, ma anche singoli gruppi e cittadini. Una rete di associazioni cattolico- democratiche che sia in grado di offrire percorsi di elaborazione, formazione, approfondimento e che non si limiti al solo piano nazionale e dei ‘quadri’, ma si articoli anche a livello territoriale, coinvolgendo un ampio numero di persone – associate e no – nelle realtà locali, a partire dai giovani. Ripartendo quindi dalla promozione di una cultura politica ‘di base’ (non dimentichiamo lo Sturzo pro-sindaco di Caltagirone, La Pira sindaco di Firenze, Dossetti candidato a sindaco di Bologna) dalla quale possano svilupparsi idee, progetti, energie e anche sorgere ‘vocazioni’ all’impegno diretto, a tutti i livelli.

E allora il dibattito sull’impegno dei cattolici in politica porta con sé qualche inevitabile disagio come è stato detto da qualcuno, laddove si propongono temi e proposte un po’ generiche, poco concrete e talvolta per nulla realizzabili. Si riapre un dibattito fuori tempo massimo sulla nascita di una formazione politica di ispirazione cristiana. Si parla dell’urgente ritorno dei cattolici in politica, appello che così diventa improprio, generico e, forse, anche inutile.

Intanto, perchè sono tanti i cattolici impegnati in politica, soprattutto nelle amministrazioni locali.

Si segnalano, in particolare, diverse iniziative provenienti dall’associazionismo cattolico, tutte generose, alcune purtroppo ingenue. La questione centrale, naturalmente, è quella dei programmi da proporre all’elettorato. Sul piano delle iniziative sociali, ecologiche e finanziarie esiste un’ampia convergenza tra i cattolici, anche per i ripetuti e lucidi segnali che papa Francesco sta inviando da tempo attraverso il suo magistero. Ma è evidente che si tratta di temi che da tempo sono entrati stabilmente nei programmi di altri movimenti e di altri partiti e che quindi non possono costituire di per sé la specificità di iniziative politiche cattoliche: queste sono indubbiamente chiamate a dare il loro contributo se non alla soluzione, almeno alla gestione dei nuovi problemi intricatissimi del nostro tempo (si pensi soltanto alle dinamiche migratorie), ma certamente non possono farlo da sole: devono assolutamente ricorrere a efficaci convergenze sociali e ideali.

Oppure, vi è chi riassume la specificità cattolica nelle grandi questioni di etica pubblica: la famiglia, l’aborto, la procreazione, l’eutanasia; questioni, secondo l’opinione di molti,  ampiamente rimosse o comunque marginalizzate dalla cultura secolarizzata oggi dominante.

Nella scorsa legislatura (e anche in quelle precedenti), i cattolici hanno “ingaggiato” dure battaglie su queste tematiche, con esiti (tranne rari casi) negativi. Sulla famiglia non solo è stato introdotto in Italia il riconoscimento delle unioni civili, in forma tale da renderle per troppi versi indiscernibili da quelle coniugali, ma sta dilagando l’accettazione, sia pure in modo indiretto, cioè per via giurisprudenziale, dell’omogenitorialità. In tema di procreazione, la fecondazione eterologa è stata non solo legalizzata dalla Corte Costituzionale, ma è ampiamente (anche se non unanimemente) accettata dall’opinione pubblica. Il contrasto alla pratica della maternità surrogata sta diventando flebile. Sulle tematiche di fine vita è stata approvata una legge che, personalmente, ritengo l’unica possibile nel contesto politico italiano attuale; ma le richieste di introdurre esplicitamente l’eutanasia nel nostro ordinamento (almeno nelle forme del suicidio assistito) si moltiplicano.

Tanti temi, tante aporie che lastricano il percorso di innumerevoli inciampi.

Domandarsi, per esempio, se l’educazione alla cittadinanza è oggi un asse prioritario nei progetti educativi proposti da associazioni e movimenti? Sono offerti strumenti adeguati per leggere il tempo e percorrerlo con speranza? A che punto siamo sulla conoscenza della Dottrina sociale? Non si tratta ovviamente della “convegnistica”, ma ad una concreta pratica laboratoriale, perché la sfida terribilmente attuale, e per certi versi drammatica, è ‘incrociare’ quei princìpi con la vita concreta, con le risorse che si hanno a disposizione, praticando con sapienza e competenza il principio di realtà a noi tutti caro. Una unità di vita, non una fusione di vite.

Non è una passeggiata:  valorizzare coloro che stanno nelle istituzioni, nelle pubbliche amministrazioni, nelle organizzazioni civili, così da far comprendere alle nuove generazioni che agire per il bene comune alla luce dei princìpi evangelici non è una passeggiata. L’impegno pubblico talvolta – forse spesso – riserva fatiche, sofferenze, incertezze, solitudine e poco sostegno. Nelle nostre città proviamo a ‘misurare’ i princìpi della dottrina sociale con la concreta gestione dei servizi di welfare, con la stesura di un bilancio comunale, con i servizi alle imprese, rammentando a noi tutti che il servizio alla carità politica ha bisogno di una solida spiritualità senza la quale si perde facilmente la prospettiva di un impegno che è, al tempo stesso, faticoso ed entusiasmante. Dobbiamo servire la politica, non servirci della politica, come ricordava don Sturzo.

È bene allora ricordare che i princìpi della dottrina sociale possono proporre soluzioni diverse. Il principio di sussidiarietà ne è un esempio. Può essere spinto all’eccesso, al ‘fai da te’ in nome di una libertà indiscutibile, o prevedere una circolarità che vede coinvolti tutti i soggetti di un territorio a partire dalla pubblica amministrazioni. Negli anni anni ‘90 sono risuonati slogan come meno-Stato più- mercato, o meno-Stato-più imprese, slogan che oggi mostrano la loro inadeguatezza. L’equilibrio, la giusta misura da cercare sono un compito che attende ogni credente, ogni persona che scelga il servizio alla politica. Vanno mostrate le diverse esperienze del cattolicesimo politico per rendere consapevoli i nostri giovani dello sforzo di discernimento compiuto dalle precedenti generazioni. Don Sturzo rappresenta il pensiero di un cattolicesimo liberale per nulla vincente nel Paese, con tratti peculiari che non troviamo in Dossetti o in La Pira. Don Sturzo subì l’esilio e al suo ritorno dagli Stati Uniti fu di fatto emarginato dalla Democrazia Cristiana tanto che da senatore si iscrisse al gruppo misto. È bene ricordarlo. Non per contrapporre, ma per mostrare la bellezza, la complessità di una cultura politica che si è lasciata sfidare dal tempo, per un Paese più libero nel quale trovare una sintesi tra presenza di uno Stato popolare non accentratore e una società civile fatta di comunità locali libere di organizzarsi al meglio.

Di recente, ci sono stati seri tentativi. Retinopera – la cui attività mi è ben nota anche per motivi istituzionali come revisore dei conti – senza grandi esiti, si inventò un Forum che trovò spazio nella “stagione di Todi” ma che tuttavia non si tramutò in un traino che potesse dare vigore ad una rinnovata stagione di impegno e partecipazione. Fare rete è uno slogan buono per tutte le stagioni: ma ricucire, tessere relazioni, animare le comunità richiede tanta pazienza, tanta dedizione e tempi adeguati. Solo così il resto verrà da sé. Abbiamo bisogno di una nuova infrastrutturazione civile del Paese, un compito arduo ed entusiasmante, le risorse e le energie sono assai diffuse, e sono tante. Proviamoci portando nel cuore i princìpi iscritti nella nostra Carta costituzionale, che oggi mi pare minacciata e fin troppo strattonata.

 

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